5 consigli per creare progetti di successo con la Digital Execution Agility

Niente da fare, il progetto non è andato. 

Avevi condiviso un gantt molto preciso, con step di approvazione chiari e deadline condivise.

Avevi mappato tutti i referenti di progetto, avevi creato un’area di condivisione di tutto il materiale.

Eppure non è andata: qualcosa non ha funzionato come avevi previsto. Forse non ti sei reso conto che uno dei referenti di progetto non viaggiava alla stessa velocità degli altri, oppure qualcuno ti ha volutamente boicottato, non avendo mai veramente condiviso informazioni e obiettivi. Oppure ancora, arrivati al momento di mettere in pratica quanto avevi analizzato, le premesse erano completamente cambiate e bisognava ricominciare da capo.

Consolati sei in ottima compagnia. Molti imprenditori e manager si sentono in questa situazione proprio adesso.

Il successo di un progetto e l’efficienza di un’organizzazione, infatti, sono un mix di tre fattori imprescindibili: cultura, organizzazione e strumenti.

L’uno senza l’altro non possono funzionare. In quante aziende hanno implementato un software di collaboration che giace abbandonato da qualche parte della intranet e non ha ridotto, ad esempio, il flusso di email o più in generale il disallineamento fra i compartimenti organizzativi?

In quante startup la cultura della flessibilità, dell’agilità, non è adeguatamente strutturata in processi definiti ed efficienti?

La soluzione c’è, ma non è facile da perseguire. Si chiama Execution Agility: un’insieme di metodologie progettuali, attitudinali e di strumenti per mettere a terra i progetti più complessi. Se non ricordate cos’è l’agility, vi rimando a questa breve presentazione di qualche tempo fa:

Nello schema che ho disegnato ho riassunto gli elementi principali di questo approccio (che sto proponendo e implementando in diverse aziende italiane).
Agility_3-02

I principi che la animano sono 5, ognuno dei quali ha ricadute sul piano della cultura, su quello organizzativo e sui tool abilitanti.

1 – REAL-TIME

Le informazioni devono poter girare in tempo reale, perchè le scelte vanno prese in tempo reale. Questo significa sviluppare un’attitudine alla condivisione in ogni persona coinvolta nel processo. Ovviamente ci sono migliaia di tool di knowledge e document management che possono essere utilizzati per la condivisione in tempo reale. Dal punto di vista organizzativo significa la capacità di creare team trasversali al di fuori delle mappe, delle divisioni interne e degli organigrammi: team “virtuali” con ampia delega operativa, che godano della fiducia dei responsabili.

2 – CLIENT-CENTRICITY

Non c’è una cosa giusta o sbagliata, salvo quello che risponde alle esigenze del cliente, sia che si intenda il cliente interno che il cliente vero e proprio. Con questa consapevolezza possiamo sviluppare una cultura dell’ascolto e dello stimolo continuo dei feedback. La capacità di dare e ricevere feedback in continuazione, senza scadere nell’aggressività o nella sterile polemica, è un’aspetto culturale fondamentale.

L’organizzazione del progetto, però, deve prevedere continui momenti di scambio di feedback: a questo servono gli scrum meeting e i daily meeting: incontri scadenziati su intervalli molto brevi (settimanali i primi, giornalieri i secondi) che servono proprio a ricevere e fornire feedback sugli avanzamenti del progetto e poter cambiare rotta velocemente sulla base delle esigenze del cliente.

La collaboration, che va tanto di moda, non è altro che questo. assicurarsi che (in tempo reale) tutto il team di lavoro abbia modo di confrontarsi, scambiarsi opinioni e allineare le aspettative.

3 – SVILUPPO INCREMENTALE

Una volta un signore molto presuntuoso mi disse che “i piani non falliscono ma si fallisce nel pianificare”. questo non è assolutamente vero. La realtà è magmatica e mutevole, nessun piano può prevedere ogni modifica ambientale e ogni possibile sviluppo. Ecco perchè l’agility predilige uno sviluppo di tipo incrementale, cioè, semplicemente “fare le cose un passo alla volta”. Il gantt tradizionale di tipo “waterfall” prevede una serie di attività a cascata. Qualcosa tipo:

  1. analizzo tutto
  2. progetto tutto
  3. faccio tutto
  4. consegno tutto
  5. verifico tutto
  6. “fine tuning”

Il mondo si muove oggi troppo velocemente per mantenere questo approccio. arrivato alla fase 5, tipicamente le premesse analizzate in fase 1 sono già cambiate. L’organizzazione di un progetto per sprint assomiglia più a questo schema:

  1. analizzo, progetto, faccio, consegno, verifico, aggiusto un primo pezzo consistente
  2. analizzo, progetto, faccio, consegno, verifico, aggiusto un secondo pezzo consistente
  3. analizzo, progetto, faccio, consegno, verifico, aggiusto un terzo pezzo consistente
  4. … e così via

 

 

Questo significa organizzare un progetto per SPRINT. Per farlo, però, dev’essere chiara la distrubuzione dei ruoli di “scrum” cioè, ad esempio: Chi è che detta i tempi (scrum master)?  Chi è il proprietario (owner) del progetto che può approvare i cambiamenti necessari al “secondo pezzo consistente” rispetto alle modificate premesse del “primo pezzo consistente”? tenere traccia degli avanzamenti di progetto e le modifiche alle “user stories” (cioè ai requisiti del progetto) è altrettanto fondamentale e per questo si utilizzano strumenti appositi (come il product backlog).

Sprint-Planning-Meeting-outcome

4 – APPROCCIO ADATTIVO

Questo aspetto è una diretta conseguenza di quanto abbiamo detto nel punto precedente. Organizzare un progetto in modalità incrementale, permette sostanzialmente di adeguare l’Execution ai condizionamenti interni ed esterni, senza distogliersi dall’obiettivo finale.

L’aspetto culturale importante è che questi obiettivi nascano da una condivisione vera di tutti i soggetti coinvolti. Da questo livello di comprensione in poi si capisce come tutti i principi enunciati siano in realtà parte di uno stesso approccio. Se ho condiviso in modo collaborativo i requisiti di un progetto, sarò più disposto a fornire feedback continuativi e a condividere le informazioni in mio possesso. Così ci stiamo facendo un’idea di cosa significa creare una cultura dell’Agility in azienda e nel team.

Per tenere sotto controllo le performance e adattare in tempo reale il progetto agli obiettivi, si possono utilizzare diversi tool, fra cui le dashboard e i canvas, sono solo un esempio (ne parlerò in seguito in post futuri).

L’organizzazione del progetto che comprenda una continua prototipazione e testing (e attenzione qui non stiamo parlando di sviluppo software, qualsiasi attività può essere “prototipata”!) è un altro elemento che offre maggiori possibilità di un approccio adattivo.

5 – COLLABORATION

Ecco finalmente ci siamo arrivati. La Collaboration è una specie di mantra negli ultimi anni, spesso confusa con l’agility. In realtà è solo la risultante di una serie di approcci virtuosi. Implementare la collaboration significa, nel momento sia necessario scegliere, dare più importanza alla spontanea sinergia fattiva (execution) fra le persone e alla crescita delle idee dal basso, che agli organigrammi e alle pianificazioni “dall’alto” (planning). L’insieme di tutti i tool citati può offrire la strada ad una vera “collaboration” così come potersi dare degli obiettivi misurabili (KPI) che siano percepiti come tali da tutte le divisioni coinvolte in un progetto o in un’organizzazione.

 

Se ti piace l’EXECUTION AGILITY abilitata dal digitale, condividi questo post e seguimi!

 

New-sincerity o deviazione? Ecco la community dei Brony, i Brothers of Pony.




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Recentemente sempre più ricercatori e psicologi sociali si sono interessati a fenomeni “estremi” di aggregazione sociale che trovano uno strumento e uno sfogo in community digitali.
Ho chiesto a Linda, esperta di psicologia sociale, di scrivermi una nota sui Brony, movimento ancora poco conosciuto in Italia, ma che sicuramente merita delle riflessioni che vanno al di là di quelle riservata al semplice fenomeno di costume .

“Brony: se non ha gli zoccoli non mi interessa”

Molto spesso mondi di fantasia hanno affascinato ed appassionato un pubblico adulto, risvegliando e stimolando l’immaginazione e la parte bambina che vive dentro ognuno di noi.

Ma mai fenomeno è stato più controverso che l’esistenza dei BRONY, etichetta formata da BROTHERS + PONY, nominato dalla rivista TIME già nel 2011 come uno dei 10 miglior fenomeni di Internet.  Sì stiamo parlando del mondo dei fun dei “My Little Pony, l’amicizia è magica” e dei collezionatori del merchandising dedicato.

Un Survey online avrebbe misurato che addirittura il 4% degli utenti Internet USA si identifica come Brony, se pensate che persino l’ex-presidente degli Stati Uniti Bill Clinton è stato “accusato” dal Time di essere un Brony, potete immaginarvi quanta curiosità può suscitare questo movimento, tra amare critiche e analisi sociologiche.

Non fatevi ingannare dal fatto che il cartone animato fosse destinato ad un target di bambine dagli 8 ai 12 anni, i Brony sono adulti, soprattutto maschi, dai 18 ai 60 anni, che, nonostante le fortissime critiche che li riguardano, o forse a fronte delle stesse, si sono riuniti in una comunità che non fa che crescere, sia online che offline, con un linguaggio e norme proprie e diverse sottocategorie interne.

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Ma perché mai uomini adulti dovrebbero adorare un programma di pony magici?

La dott.ssa Marsha Redden, una delle persone dietro a The Brony Study, ha affermato che i Brony costituiscono «una reazione al fatto che gli Stati Uniti sono rimasti immersi nel terrorismo negli scorsi dieci anni» in modo analogo alla guerra fredda, e sono «stanchi di essere spaventati, stanchi dell’angoscia e dell’ostilità».

Lo show e il suo fandom sarebbero quindi uno sbocco per rifuggire questi conflitti. La Redden ha paragonato il Fandom Brony allo stile di vita bohémien e beatnik del secondo dopoguerra e a quello hippie dopo la guerra del Vietnam. In modo analogo, Amy Keating Rogers, una delle scrittrici dello show, ritiene che i fan siano giunti ad amare L’amicizia è magica a causa della presenza di «tanto cinismo e negatività […] in molte [altre] serie», mentre lo show «ha un messaggio talmente positivo» da riuscire a contrastarli.

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In questa veste il fenomeno dei Brony è stato considerato espressione di “neo-sincerità (new-sincerity) di Internet ai suoi massimi livelli“, in quanto professano liberamente la propria passione per lo show, senza ironia, e sfidano gli stereotipi legati al genere che serie simili tendono a creare.

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Fin qui possiamo semplicemente sorridere sotto i baffi, eppure non mancano, all’interno di questo gruppo, descritto in modo tendenzialmente positivo per quanto strano, devianze poco rassicuranti.

MyLittlePony come religione

Alcuni Brony credono nel Fandom e nel cartone in modo religioso. Considerano MyLittlePony la forma d’intrattenimento più alta mai raggiunta nella storia dell’umanità. Credono di dover applicare il “Love & Tolerate” (principio fondante del cartone animato) ad ogni cosa esistente, spammano pony in ogni occasione, nella vita reale come sul web non parlano d’altro, ne hanno fatto uno scopo per la loro esistenza, sono convinti che chiunque debba diventare Brony e considerano la Principessa Celestia, regnante di Canterlot e Ponyville, come una divinità da rispettare e adorare.

MyLittlePony come devianza sessuale

La Regola 34 di Internet sentenzia “If it exists, there is porn of it. No exceptions”
Sembrerebbe vero se perfino i MyLittlePony hanno generato i cloppers, una vera e propria comunità neanche troppo ristretta di persone di entrambi i sessi che provano eccitazione e piacere sessuale alla vista dei piccoli pony in posizioni erotiche e pornografiche.

clopper
Esistono su internet numerosi siti che tentano di limitare e circoscrivere il fenomeno, ma è una tendenza inarrestabile in arrivo dagli Stati Uniti. Sono interessanti gli scontri interni alla community: l’avversione verso i clopper non è solo da parte delle persone esterne al Fandom, ma anche e sopratutto interna.
Molti Brony “comuni” osteggiano queste pratiche che, secondo loro, fanno perdere credibilità al messaggio di amore e amicizia che Lauren Faust ha voluto imprimere nei suoi personaggi inquinandolo con dei connotati sessuali completamente fuori luogo che non hanno nulla a che fare con l’ingenuità e purezza dei piccoli pony.
I Brony del Fandom, infatti, spesso manifestano una relazione diretta e personale con un particolare personaggio della serie animata. Un caso in particolare ha visto litigare il “fidanzato” di Twilight Sparkle con un artista erotico che la ritraeva in pose particolarmente osé: il primo ha chiesto pubblicamente al secondo di rispettare l’onorabilità della sua fidanzata.

Insomma mai cartone per bambini creò tanto rumore, tanto stupore ed interesse: in questo nostro strano mondo anche dei pony colorati possano diventare una cosa seria.

Ciao a tutti!

Linda 🙂

CLASS CNBC, Missione Risparmio: il mio intervento sulla privacy

Missione RisparmioAl minuto 41:00 parlo di privacy e per completezza (visto che nei cartelli non è stato riportato) i dati che commento sono tratti dall’ultimo libro di Antonio de Nardis, “La tua reputazione su Google e i Social Media” che ringrazio.

Per ulteriori info vi rimando a: www.sosreputazioneweb.it

Il Rock è morto, viva il rock! Disquisizioni “liquide” sul pessimismo in occidente.

Prendo spunto da un editoriale di Carlo Antonelli su Rolling Stone di Settembre ma passerò un bel po’ di palo in frasca… chiedo scusa, ma Agosto porta evidentemente a riflessioni in libertà. Lascio a chi legge il compito di ricondurre tutto ad una più… cordiale coerenza.

Antonelli, per intenderci è quello che ha dichiarato “la mia felicita’ massima e’ non aver mai neanche aperto myspace.com. sono per evitare perdite di tempo”, con tutta la saggezza e lo storcere di nasi (anche nel sottoscritto) che questa frase può portarsi dietro.

Nell’editoriale – provo a riassumere concetti espressi in modalità e forme molto più articolate e colte – sostanzialmente si elogia come atteggiamento “rock” quello delle persone non omologabili secondo nessuna categoria “classica”: né l’alternativo maledetto, né (ancora peggio) del mito del reality-show-rokkettaro-fighetto.

Nell’editoriale, Anotonelli porta in causa la Chiesa, che ci vorrebbe realizzati “nella totalità della persona in ogni sua dimensione”. Questo richiamo alla “totalità”, al “bene ultimo” (Antonelli cita Aristotele), infatti, secondo il Direttore, non è riconducibile a nessun concetto imposto, preordinato, omologante. Il testo dell’editoriale, molto intelligentemente, è circondato di foto di persone comuni: grassi o magri, pelati o brizzolati, sudati, non più giovani o non ancora anziani, che ballano e si divertono. Quello è rock.

Viva le singolarità, quindi, viva “le marginalità” e abbasso il “casting generalizzato”.

Bello, ricco di spunti e riflessioni questo ragionamento, pur immerso in una rivista votata (correttamente), ad un sano e ampio rapporto con le imprese, i marchi, la pubblicità e la moda (vedi le foto di Roberto Bolle, l’uomo anti-rock per eccellenza, che zompetta davanti ad un fotografo, imitando i miti del rock, vestito Diesel, Prada, etc).

Ecco i ragionamenti che mi ha stimolato Antonelli, che ringrazio “in differita”.

Il rifiuto dell’omologazione, secondo questo concetto, deve rinunciare anche a sè stesso, dev’essere cioè marginale, incosciente, spontaneo, perchè proprio di spontaneità c’è bisogno in questo mondo in cui perfino il rock (l’espressione massima di quella forza che ha saputo comunicare a intere generazioni la voglia di cambiare, di trasgredire, di migliorare o peggiorare senza freni) fatica a trovare un’identità. Tutto è contemporaneamente e volutamente showbiz e anti-showbiz.

Sarà che prima di essermi votato al Jazz sono stato rockettaro per 15 anni, ma leggere di questo disagio latente anche con riferimento al rock, mi ha generato altre riflessioni.

Esiste una depressione diffusa e solo parzialmente cosciente, in tutte le fasce d’età, dovuta all’assenza di “valori universali” (democratici, antidemocratici, hippy, conservatori, reazionari, etc)? L’assenza di punti di rifermiento, la società “liquida” di Bauman (definizione che ha avuto tanto successo da essere essa stessa ormai tanto medializzata da apparire svuotata di significato) dove ci porteranno?

La generazione “x” aveva Internet, una delle più grandi invenzioni nella storia dell’umanità, come elemento identificante. La generazione “y” sta vivendo una cinetica fluidità fra stili di vita diversi (“il fighetto”, l”emo”, “l’indie”, lo “snowboarder” tutti intercambiabili) euforisticamente divertita e non preoccupata dal cercare di apparire coerente. Ma cosa verrà dopo?

Pensiamo a società e istituzioni. E’ di estrema attualità il fatto che il “perbenismo” (con qualsiasi accezione, negativa o positiva) non sta più in chi ci governa e i “Bastard Song of Dioniso” durante il programma X-factor, sono una maggiore rappresentazione della fedeltà di coppia dell’attuale Presidente del Consiglio italiano. In ogni schieramento politico troviamo laici e cattolici, ex-comunisti e imprenditori, mafiosi e integerrimi. Il presidente del NASDAQ si rivela il più grande truffatore della storia.

Faccio un “salto quantico”: pensiamo a quello che è oggi il concetto di Tempo e il ruolo della Scienza.

Il Tempo era una volta una categoria immutabile del pensiero e dell’essere, secondo Aristotele. Questo pensiero è ancora radicato in molti di noi, mentre oggi tutta la “gente che se ne intende”, gli scienziati, insomma, ci dicono che il Tempo è di per sè relativo  e non si è ancora scoperto il motivo per cui a noi umani sembra scorrere nella stessa direzione, in realtà non c’è niente che impedisca il contrario, scientificamente potrebbe scorrere all’indietro e in avanti contemporaneamente (vedi Paul Davies ne “I Misteri del tempo”).

La Fisica moderna poi ci dice che, se si guarda bene bene, da vicino vicino, è scientificamente impossibile dare un senso ai comportamenti della materia (*). Sebbene questo sia un principio scientifico che ha 70 anni, è stato diffuso al grande pubblico solo a partire dagli anni settanta (quando è stato anche dimostrato in laboratorio) e comincia a essere “senso comune” solo adesso, a quarant’anni dallo sbarco sulla luna che aveva reso l’umanità fiduciosa nell’onnipotenza della scienza. “Macché onnipotenza!”, direbbe l’uomo della strada, la scienza ha creato da decenni una bella legge fisica, che le impedisce di dare un senso alle cose!!

Se poi Antonelli che dice che un ballerino vestito alla moda è più “rock” di Pino Scotto (per passare ancora dal serio al faceto) allora è come se l’evoluzione della società umana improvvisamente, dopo anni di “tesi” ed “antitesi” hegeliane, improvvisamente si ritrovi in un magma indistinto, in cui la tesi si confonde con l’altitesi e viceversa.

Ci troviamo improvvisamente tutti (senza distinzioni di età) parte di una generazione ‘punto di domanda’?  Cosa dobbiamo pensare? Soprattutto, come dobbiamo pensare?

La forte sensazione che per prima colpisce è che nella società moderna (in particolare Europea), stia raggiungendo la sua massima efficacia “il secondo principio della termodinamica”:

“In un sistema isolato l’entropia è una funzione non decrescente nel tempo.”

Mi spiego meglio. Se l’occidente è un sistema isolato dal resto del mondo (e indubbiamente lo è sotto molti aspetti) allora con l’avanzare del tempo avremo una situazione di entropia sempre crescente. L’entropia è misura del disordine dell’universo. In fisica, quando un sistema raggiunge il massimo dell’Entropia è considerabile termodinamicamente morto. Possiamo pensare che nella società funzioni lo stesso principio? Qui purtroppo a me mancano le competenze sociologiche adeguate, e quindi mi fermo, perchè la mia vuole essere solo una suggestione, magari qualcuno mi aiuta a riempire questo vuoto.

Ma, e qui sta il colpo di scena… :), personalmente mi ritrovo ad essere molto ottimista sul futuro del mondo, per una serie di ragioni:

– Sono ormai oltre 70 anni che il mondo, dal punto di vista geopolitico globale, vive in relativa pace, tranquillità e benessere. (non ignoro il Vietnam, il problemi dell’Africa, l’Irak, etc, ma siamo comunque lontani da conflitti come quello della seconda guerra mondiale). Evidentemente non avere più “tesi” ed “antitesi” così marcate paga.

– Ci sono paesi democratici nel mondo che hanno ancora la giustificata sensazione che ci sia tutto da fare e da dimostrare e in cui questi dipo di ragionamenti non verrebbero forse neanche capiti (il Brasile, ad esempio): credo possibile che il loro entusiasmo si trasferisca osmoticamente in occidente.

– Internet (per i nativi o gli immigrati digitali) comunque c’è. Con il suo bagaglio di socialità, la potenza devastante del passaparola, la diffusione democratica dell’informazione non può che migliorare il mondo.

Insomma, è tempo che ci preoccupiamo di trovare e diffondere le ragioni dell’ottimismo, probabilmente molti ne hanno bisogno. L’ottimismo, in fondo, è rock&roll!

(*) La fisica dei quanti si basa sul cosiddetto “principio di indeterminazione” di W. Heisenberg. Questo principio ci dice che tutto ciò che può essere misurato o osservato è soggetto a fluttuazioni spontanee: possono accadere, cioé, cambiamenti improvvisi senza ragione alcuna. Possiamo osservare in laboratorio come il fenomeno dei quanti faccia accadere delle cose senza ragione apparente.

E’ ufficiale: i soldi non danno la felicità. Lo dice una ricerca Nielsen.

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Probabilmente non era necessaria una ricerca globale per dircelo:  “i soldi non danno la felicità”. A dire il vero ci avevano convinti che il denaro ci avrebbe aiutato a comprarci cose che, queste sì, potevano renderci felici (come avere maggiore tempo libero, l’essere fashion o la disponibilità economica per occuparci delle nostre passioni e dei nostri hobby) oppure che la persona smodatamente ricca potesse avere il decoro di, perlomeno, fingere di essere felice… invece niente.

Il colpo d’occhio su questa chart di Nielsen ci dice che di nazioni “ricche ma felici” non ce n’è neanche una, mentre fra i “poveri e felici” troviamo un un numero significativo di paesi fra cui la Tailandia, il Pakistan e il Messico.

Non è l’unico aspetto interessante di questa ricerca, di cui consiglio a tutti la lettura, se non altro per rinverdire la fiducia nella saggezza popolare.

Social Media: causa o effetto del bisogno di vere relazioni ?

Andrea mi ha segnalato un articolo interessante e paranoico su Facebook, visto come un’arma dell’establishment per lucrare anche sull’amicizia, scritto da Tom Hodgkinson

http://www.guardian.co.uk/technology/2008/jan/14/facebook

Eccone uno stralcio, ma vale la pena leggerlo tutto:

“Facebook appeals to a kind of vanity and self-importance in us, too. If I
put up a flattering picture of myself with a list of my favourite things, I
can construct an artificial representation of who I am in order to get sex
or approval. (“I like Facebook,” said another friend. “I got a shag out of
it.”) ”

e poi anche

“Clearly, Facebook is another uber-capitalist experiment: can you make money
out of friendship? Can you create communities free of national boundaries –
and then sell Coca-Cola to them? Facebook is profoundly uncreative. It makes
nothing at all. It simply mediates in relationships that were happening
anyway. ”

Il tema che mi colpisce di più, a parte gli aspetti imprenditoriali approfonditi dall’autore, è sempre quello relativo alle relazioni. Ogni giorno mi trovo a promuovere un’idea di Internet come di un sistema relazionale complesso ed efficace. Credo che questo sia vero ma bisogna intendersi sull’essenza stessa delle relazioni interpersonali nel mondo moderno.

Questo è uno dei temi maggiormente dibattuti da tempo e che solo in parte riguarda l’utilizzo dei Social Network anche se è chiaro che femomeni come Facebook amplificano esponenzialmente l’eco del problema dell’incomunicabilità.

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Ad ascoltare il parere autorevole di molti sociologi (vedi Bauman) sembra quasi che qualsiasi cosa facciamo, in qualsiasi modo lo facciamo, sia effettivamente impossibile per noi (uomini post-moderni…) affermarci come personalità solide, materiche, definite, costretti come siamo in una immanente “liquidità” che coivolge anche il nostro essere. Una relazione, l’amore stesso, non sono altro che atti di estrema fiducia che decidiamo di compiere verso un “altro da sè” ineffabile, inconoscibile.

Ognuno di noi ha la propria esperienza e la mia mi porta a dire che i Social Network hanno migliorato le mie relazioni, dandomi maggiori occasioni e argomenti di contatto con le persone che mi stanno attorno. Non posso però evitare di chiedermi se tenere un blog, avere circa 12 profili in altrettanti social network, etc non sia anche per me semplicemente uno strumento per affermare la mia personalità. Sono veramente io quello che appare su Internet?

Di nuovo andiamo a chiedere aiuto al buon vecchio Pirandello, che non conosceva i Social Network, ma metteva l’accendo sull’impossibilità di una conoscenza reale della persona.  Avevo già scritto su questo tema qui.

In un mondo sempre più interconnesso, in cui “nessuno è un’isola”, come ognuno di noi può definire se stesso se non in funzione del proprio ruolo sociale? Sta di fatto però che il successo del web 2.0 e di fenomeni come facebook è una conseguenza e non una causa di questa indeterminatezza insita nell’uomo moderno. Anzi forse è una strada per superarla, nel momento in cui imparassimo ad usare efficacemente questi strumenti.

Tutte le Americhe del Web

Dalla lontana e provinciale Italia, parlo spesso citando i dati sull’utilizzo dei social network e del mobile negli Stati Uniti come se fossero un entità unica e uniforme.

Durante un recente progetto invece, per una volta, lavoro con la sede centrale di una multinazionale che ha sedi in tutto il mondo e che ci ha chiesto un supporto alla strategia 2.0 anche oltremanica.

Fortunatamente, in un recente viaggio in America, Massimo (Cortinovis nda) ha stretto maggiormente importanti partnership con agenzie specializzate che operano in US e così definendo per il cliente il progetto mi sto rendendo sempre più conto di quanto l’America sia un mondo variegato e composito, in cui è necessario attuare non una strategia, ma molteplici strategie a seconda dello stato in cui si agisce.

Al momento, sottoposti anche all’onda mediatica di Obama,  in Connexia ci stiamo interessando anche al rapporto fra Social Media e Istituzioni in America e la domanda mi è venuta spontanea: l’Italia diventerà mai un paese moderno?

In questa nostra indagine per fortuna ho trovato sostenitori di primo livello come il prof Ferri.  Spero di avere presto nuove notizie da comunicare su questo tema.