5 consigli per creare progetti di successo con la Digital Execution Agility

Niente da fare, il progetto non è andato. 

Avevi condiviso un gantt molto preciso, con step di approvazione chiari e deadline condivise.

Avevi mappato tutti i referenti di progetto, avevi creato un’area di condivisione di tutto il materiale.

Eppure non è andata: qualcosa non ha funzionato come avevi previsto. Forse non ti sei reso conto che uno dei referenti di progetto non viaggiava alla stessa velocità degli altri, oppure qualcuno ti ha volutamente boicottato, non avendo mai veramente condiviso informazioni e obiettivi. Oppure ancora, arrivati al momento di mettere in pratica quanto avevi analizzato, le premesse erano completamente cambiate e bisognava ricominciare da capo.

Consolati sei in ottima compagnia. Molti imprenditori e manager si sentono in questa situazione proprio adesso.

Il successo di un progetto e l’efficienza di un’organizzazione, infatti, sono un mix di tre fattori imprescindibili: cultura, organizzazione e strumenti.

L’uno senza l’altro non possono funzionare. In quante aziende hanno implementato un software di collaboration che giace abbandonato da qualche parte della intranet e non ha ridotto, ad esempio, il flusso di email o più in generale il disallineamento fra i compartimenti organizzativi?

In quante startup la cultura della flessibilità, dell’agilità, non è adeguatamente strutturata in processi definiti ed efficienti?

La soluzione c’è, ma non è facile da perseguire. Si chiama Execution Agility: un’insieme di metodologie progettuali, attitudinali e di strumenti per mettere a terra i progetti più complessi. Se non ricordate cos’è l’agility, vi rimando a questa breve presentazione di qualche tempo fa:

Nello schema che ho disegnato ho riassunto gli elementi principali di questo approccio (che sto proponendo e implementando in diverse aziende italiane).
Agility_3-02

I principi che la animano sono 5, ognuno dei quali ha ricadute sul piano della cultura, su quello organizzativo e sui tool abilitanti.

1 – REAL-TIME

Le informazioni devono poter girare in tempo reale, perchè le scelte vanno prese in tempo reale. Questo significa sviluppare un’attitudine alla condivisione in ogni persona coinvolta nel processo. Ovviamente ci sono migliaia di tool di knowledge e document management che possono essere utilizzati per la condivisione in tempo reale. Dal punto di vista organizzativo significa la capacità di creare team trasversali al di fuori delle mappe, delle divisioni interne e degli organigrammi: team “virtuali” con ampia delega operativa, che godano della fiducia dei responsabili.

2 – CLIENT-CENTRICITY

Non c’è una cosa giusta o sbagliata, salvo quello che risponde alle esigenze del cliente, sia che si intenda il cliente interno che il cliente vero e proprio. Con questa consapevolezza possiamo sviluppare una cultura dell’ascolto e dello stimolo continuo dei feedback. La capacità di dare e ricevere feedback in continuazione, senza scadere nell’aggressività o nella sterile polemica, è un’aspetto culturale fondamentale.

L’organizzazione del progetto, però, deve prevedere continui momenti di scambio di feedback: a questo servono gli scrum meeting e i daily meeting: incontri scadenziati su intervalli molto brevi (settimanali i primi, giornalieri i secondi) che servono proprio a ricevere e fornire feedback sugli avanzamenti del progetto e poter cambiare rotta velocemente sulla base delle esigenze del cliente.

La collaboration, che va tanto di moda, non è altro che questo. assicurarsi che (in tempo reale) tutto il team di lavoro abbia modo di confrontarsi, scambiarsi opinioni e allineare le aspettative.

3 – SVILUPPO INCREMENTALE

Una volta un signore molto presuntuoso mi disse che “i piani non falliscono ma si fallisce nel pianificare”. questo non è assolutamente vero. La realtà è magmatica e mutevole, nessun piano può prevedere ogni modifica ambientale e ogni possibile sviluppo. Ecco perchè l’agility predilige uno sviluppo di tipo incrementale, cioè, semplicemente “fare le cose un passo alla volta”. Il gantt tradizionale di tipo “waterfall” prevede una serie di attività a cascata. Qualcosa tipo:

  1. analizzo tutto
  2. progetto tutto
  3. faccio tutto
  4. consegno tutto
  5. verifico tutto
  6. “fine tuning”

Il mondo si muove oggi troppo velocemente per mantenere questo approccio. arrivato alla fase 5, tipicamente le premesse analizzate in fase 1 sono già cambiate. L’organizzazione di un progetto per sprint assomiglia più a questo schema:

  1. analizzo, progetto, faccio, consegno, verifico, aggiusto un primo pezzo consistente
  2. analizzo, progetto, faccio, consegno, verifico, aggiusto un secondo pezzo consistente
  3. analizzo, progetto, faccio, consegno, verifico, aggiusto un terzo pezzo consistente
  4. … e così via

 

 

Questo significa organizzare un progetto per SPRINT. Per farlo, però, dev’essere chiara la distrubuzione dei ruoli di “scrum” cioè, ad esempio: Chi è che detta i tempi (scrum master)?  Chi è il proprietario (owner) del progetto che può approvare i cambiamenti necessari al “secondo pezzo consistente” rispetto alle modificate premesse del “primo pezzo consistente”? tenere traccia degli avanzamenti di progetto e le modifiche alle “user stories” (cioè ai requisiti del progetto) è altrettanto fondamentale e per questo si utilizzano strumenti appositi (come il product backlog).

Sprint-Planning-Meeting-outcome

4 – APPROCCIO ADATTIVO

Questo aspetto è una diretta conseguenza di quanto abbiamo detto nel punto precedente. Organizzare un progetto in modalità incrementale, permette sostanzialmente di adeguare l’Execution ai condizionamenti interni ed esterni, senza distogliersi dall’obiettivo finale.

L’aspetto culturale importante è che questi obiettivi nascano da una condivisione vera di tutti i soggetti coinvolti. Da questo livello di comprensione in poi si capisce come tutti i principi enunciati siano in realtà parte di uno stesso approccio. Se ho condiviso in modo collaborativo i requisiti di un progetto, sarò più disposto a fornire feedback continuativi e a condividere le informazioni in mio possesso. Così ci stiamo facendo un’idea di cosa significa creare una cultura dell’Agility in azienda e nel team.

Per tenere sotto controllo le performance e adattare in tempo reale il progetto agli obiettivi, si possono utilizzare diversi tool, fra cui le dashboard e i canvas, sono solo un esempio (ne parlerò in seguito in post futuri).

L’organizzazione del progetto che comprenda una continua prototipazione e testing (e attenzione qui non stiamo parlando di sviluppo software, qualsiasi attività può essere “prototipata”!) è un altro elemento che offre maggiori possibilità di un approccio adattivo.

5 – COLLABORATION

Ecco finalmente ci siamo arrivati. La Collaboration è una specie di mantra negli ultimi anni, spesso confusa con l’agility. In realtà è solo la risultante di una serie di approcci virtuosi. Implementare la collaboration significa, nel momento sia necessario scegliere, dare più importanza alla spontanea sinergia fattiva (execution) fra le persone e alla crescita delle idee dal basso, che agli organigrammi e alle pianificazioni “dall’alto” (planning). L’insieme di tutti i tool citati può offrire la strada ad una vera “collaboration” così come potersi dare degli obiettivi misurabili (KPI) che siano percepiti come tali da tutte le divisioni coinvolte in un progetto o in un’organizzazione.

 

Se ti piace l’EXECUTION AGILITY abilitata dal digitale, condividi questo post e seguimi!

 

Enterprise Content Marketing in 5 steps

Nel video ho riassunto 5 passaggi di base per chi si avvicina ad un progetto strutturato di Enterprise Content Marketing:

1) Obiettivi e legame del contenuto digitale rispetto al business dell’azienda

2) mappatura del customer journey e tempestività nella selezione ed utilizzo del contenuto

3) definizione di una tassonomia a supporto della gestione del contenuto, per una sua individuazione e utilizzo automatizzato

4) selezione di una Enterprise Content Management Platform integrata con tutti i canali aziendali

5) Keep calm & create content!

Quando Mobile è l’opposto di Social: dalla Friendship Addiction alla Nomofobia

In questo post si affronta il tema degli effetti negativi dell’utilizzo dei mobile device nelle dinamiche sociali afferenti alla vita quotidiana.

Si tratta di una parte del lavoro che stiamo conducendo insieme a Patriza Saolini per la stesura del libro che ci vede come co-autori che purtroppo non troverà posto fra le pagine che saranno pubblicate.

Stiamo parlando di un fenomeno pervasivo che ha forti ricadute anche nel marketing e che subirà una forte impennata man mano che le ultime novità tecnologiche diventeranno d’uso comune. Sicuramente, infatti, il wearable computing (la “tecnologia indossabile” come ad esempio orologi, bracciali e occhiali computerizzati) accelererà il percorso iniziato con smartphone e tablet:
I mobile device diventeranno sempre più strumenti personali, inseparabili custodi della nostra intimità e contemporaneamente chiavi di accesso a tutto nostro mondo: relazioni personali e professionali, affetti, hobby, informazioni, servizi.

La diffusione del mobile genera contemporaneamente un forte volano per tutti i social network (vedi l’infografica relativa a questi dati qui):

  • Più di 750 milioni di utenti accedono a Facebook da 7000 diversi mobile device
  • Il 60% degli utenti Twitter e il 27% di quelli Linkedin accedono da mobile
  • in generale 4,2 miliardi di persone nel mondo accedono ai social da mobile

Una immensa rete sociale collega virtualmente ogni essere umano sulla terra che ha accesso alla tecnologia: difficile parlarne senza che prenda il sopravvento la comune retorica sui valori della condivisione, della co-creazione,  sulla grande socialità diffusa fra nativi digitali, etc. …tutte cose in cui personalmente credo moltissimo, ma che non devono chiuderci gli occhi o farci ridurre a pura ironia le valutazioni sui rischi di questi fenomeni epocali.
Intendiamoci, sicuramente se dovessi scegliere fra una delle categorie di Umberto Eco

  • gli “apocalittici” (coloro i quali pensano che i media hanno una portata sostanzialmente negativa e distruttiva rispetto alla socializzazione)
  • gli “integrati” (chi considera positivi gli effetti della socializzazione tramite new media)

…io farei parte della seconda schiera. Appoggio infatti pienamente la visione di De Kerckhove, che considera i media come semplici estensioni dell’essere umano, alle quali l’uomo si adeguerà con la stessa facilità con cui il corpo umano si adatta quando deve, ad esempio, andare in bicicletta (vedi qui un breve saggio sulle sue teorie).

Questo però non significa che non sia utile lavorare per una maggiore consapevolezza dei rischi nelle persone e sopratutto negli operatori specializzati.

Come dire – proseguendo la metafora della bicicletta – che creare corsie preferenziali e strade proibite alle biciclette non significa non credere che l’uomo sia in grado di guidarle. Così è con il mobile: nonostante la loro diffusione inarrestabile, siamo ancora lontani dall’imparare ad utilizzarli adeguatamente nel contesto fisico e sociale in cui di volta in volta ci troviamo.

texting-at-the-table

Nell’esperienza quotidiana, ognuno di noi ha vissuto episodi sintomatici di questa anti-socialità del mobile:

  • un gruppo di amici passa una serata attorno ad un tavolo (a cena o in un locale): ognuno di loro è concentrato esclusivamente sul proprio device. 
  • gli spettatori di un concerto fruiscono dello spettacolo attraverso il filtro del proprio smartphone sollevato davanti alla faccia o sopra la testa: sono tutti concentrati nel filmare, registrare o fotografare quello che di unico e irripetibile sta accadendo. la registrazione e la successiva condivisione di un’emozione è più importante dell’emozione stessa?
  • il mito del multitasking rende una riunione di lavoro un processo di distrazione reciproca sequenziale: chiunque non stia parlando controlla la posta, chatta oppure gioca fingendo di avere altri e più importanti problemi, con conseguente immane perdita di tempo perchè chi parla perde la motivazione e chi dovrebbe ascoltare rimarrà per sempre della propria idea.
  • persino durante i talkshow (che sempre più spesso diventano risse verbali incomprensibili), i politici, invece di riportare la discussione ad un adeguato livello di civiltà, spesso si perdono nel twittare e messaggiare…

Ancora più inquietante, invece, è scoprire che ci siano molte ricerche che danno sostegno scientifico a queste sensazioni quotidiane.
Qui di seguito una piccola raccolta di studi, di cui ringrazio Linda Pola (… ecco il vantaggio di avere una sorella studiosa di psicologia sociale!) e che riguardano il “lato oscuro” del mobile.

Sindromi
Negli ultimi anni sono state identificate peculiari problematiche e sindromi di natura mentale, certe volte in alcuni individui di pesante e grave entità, legate ad un utilizzo eccessivo del mobile, come:

• la Dipendenza da Social Network o Friendship Addiction
stressed man

Eye Contact

Secondo uno studio di Quantified Impressions, da quando smartphone e tablet sono entrati nelle nostre vite abbiamo quasi perso del tutto l’abitudine di guardare negli occhi (definita eye contact) un’altra persona mentre parliamo. La durata dell’eye contact ai giorni nostri è scesa in una percentuale che oscilla tra il 30% e il 60% rispetto al necessario – vale a dire 2-3 secondi invece dei 7-10 secondi che servirebbero per stabilire un contatto umano significativo con un altro individuo.

eye contact
Mobile, intimità e fiducia
Recenti studi hanno dimostrato che gli smartphone possono essere dannosi per le nostre relazioni sociali. Anche solo avere un telefono vicino, anche senza controllarlo può determinare una forma di inibizione interpersonale. Poter interagire senza un cellulare nelle vicinanze, invece, permette di sperimentare una maggiore vicinanza, intimità fiducia interpersonale ed empatia nei confronti delle persone che abbiamo attorno. Ecco come è andata:
  • Gli autori (Andrew K. Przybylski and Netta Weinstein, University of Essex) hanno chiesto a coppie di sconosciuti di parlare di un evento personale significativo per 10 minuti di faccia a faccia con o senza un cellulare vicino.
  • Successivamente veniva chiesto loro di compilare un questionario che andava a valutare la qualità dello scambio intepersonale che avevano avuto.
  • Le persone che avevano interagito in presenza di un cellulare descrivono l’esperienza come meno positiva e mostrano di aver raggiunto un grado inferiore intimità e di senso di vicinanza con l’interlocutore.

Mobile e altruismo
Secondo una ricerca condotta dall’Università del Maryland, chi tende ad utilizzare troppo il telefonino sarà poi meno aperto verso gli altri, e meno incline ad avere altri rapporti sociali.
I ricercatori hanno notato che, dopo aver parlato a lungo al telefonino, i partecipanti all’esperimento di un primo gruppo erano meno propensi ad avere comportamenti prosociali, ovverosia a svolgere azioni per aiutare gli altri o la società, per esempio sembravano meno disposte a svolgere azioni di volontariato o ad aiutare una raccolta di denaro per beneficienza.
Una simile riduzione dei comportamenti “prosociali” si verificava anche quando ai partecipanti veniva chiesto semplicemente di fare un disegno del loro telefonino e di pensare di utilizzarlo.
Secondo gli studiosi, il mobile potrebbe rendere le persone meno “altruiste” perchè in un certo senso soddisferebbe il naturale desiderio di rimanere in contatto con gli altri, e, una volta che questo desiderio è stato appunto soddisfatto parlando al telefonino, si ridurrebbe la naturale tendenza all’empatia e la voglia di adoperarsi per aiutare gli altri.
La professoressa Rosellina Ferraro, autrice dello studio, ha spiegato: “Il telefono cellulare evoca direttamente la sensazione di essere connessi con gli altri, in tal modo viene soddisfatto il bisogno umano fondamentale di appartenenza”.

Mobile e stress
Uno studio del 2011 del Center for Media dell’Università del Maryland ha dimostrato che i ragazzi che rimangono per sole 24 ore senza smartphone cominciano a sviluppare segni di stress e ansia.
Secondo un recente studio effettuato da British Psychological Society’s Division dell’università di Worcester il grado di stress aumenta in funzione di quante volte l’utente controlla il proprio device.
Secondo lo studio, le persone analizzate hanno acquistato uno smartphone per migliorare la qualità della vita ma in breve tempo hanno sviluppato una vera e propria tensione generata dal fatto di stare dietro ai vari Social Network che, attraverso qualsiasi smartphone, costantemente inviano informazioni agli utenti.connect1
Nomofobia
La paura di essere sconnessi dal mondo, di essere fuori dalla rete e dai social perchè non si ha il proprio telefono con sè o si sia in un posto dove questi non abbiano campo sufficiente.
Uno studio ha infatti rilevato che quasi il 53 % degli utenti di telefono cellulare in Gran Bretagna tendono a mostrare uno stato ansioso quando “perdono il loro cellulare, esauriscono la batteria o il credito residuo o non hanno copertura di rete”


Conclusioni

“”Per gli esperti – scrive Linda – non è solo cattiva educazione, ma un fenomeno d’involuzione sociale. Il rischio  è quello che il mobile diventi un mezzo abituale per gestire tutte le relazioni in modo surreale, e che il suo iper-utilizzo si tramuti in vera e propria dipendenza.”

Parliamone…
Che ne pensate? Forse sarebbe bello che si lavorasse meglio e di più sulla presa di coscienza di questi temi legati ai rischi del mobile e magari qualche ente  cogliesse l’occasione per qualche “esperimento sociale” …qualche idea?

Se anche a voi vibra la tasca anche quando il telefonino dentro non c’è… lasciatemi un messaggio e condividete!

CLASS CNBC, Missione Risparmio: il mio intervento sulla privacy

Missione RisparmioAl minuto 41:00 parlo di privacy e per completezza (visto che nei cartelli non è stato riportato) i dati che commento sono tratti dall’ultimo libro di Antonio de Nardis, “La tua reputazione su Google e i Social Media” che ringrazio.

Per ulteriori info vi rimando a: www.sosreputazioneweb.it

Nuove Segmentazioni e Push marketing

Sono al convegno “Convegno “Consumatori convergenti: nuove esperienze mediali, nuova segmentazione” organizzato dalla School of Management del Politecnico di Milano.
Dopo l’intervento del professor Noci (su twitter con l’hashtag #conme12) la riflessione che faccio è che tutta la discussione sulla difficoltà di segmentare l’individuo secondo i vecchi parametri socio-demo soffre ancora di un approccio mentale focalizzato sul marketing push e la pubblicità interruttiva.
Secondo me tutto è pull invece oggi, anche la televisione, in un certo senso.
Oggi guardare la televisione è una scelta dell’utente di un atteggiamento passivo, che puó essere interrotto dalla pubblicità tradizionale.
Ma se il messaggio interruttivo non è coerente o efficace, il telespettatore passivo può prendere in mano il proprio device interattivo (smartphone, ipad, pc) e trasformarsi immediatamente in soggetto attivo.
Inbound, pull, behavioural significa centralità del contenuto e della contestualizzazione.
Insomma la logica prevalente deve uscire dalla metafora militare (target/segmento/impatto). Quindi non credo che la soluzione sia sostituire una segmentazione socio-demo ad una segmentazione per micro-contesti.
Forse bisogna avere il coraggio di abbandonare le segmentazioni e sposare altre logiche di contestualizzazione dei messaggi e di calcolo quantitativo/analytics Cross-mediale.
Anche il digital marketing in questo senso è da rivedere: in quali casi non ha più senso vendere banner ad impression?

Addendum post-convegno:
Il messaggio forte sulla necessità di superare la classica clusterizzazione socio-demo è assolutamente giusta. Inoltre la cosa che, ripensando al tutto, ho trovato estremamente interessante della nuova segmentazione proposta da Giuliano Noci, sono i parametri con cui si definiscono i contesti:

  • Attenzione
  • Motivazioni
  • Multitasking Mediale
  • Potenziale di Viralità

Sono elementi che sicuramente sono alla base di una nuova impostazione della pianificazione mediatica e spero di vedere presto approfondimenti dal Laboratorio che è stato lanciato oggi. aggiornerò ulteriormente il post alla pubblicazione degli atti.

Dall’Internet of Things all’Internet of EVERYTHING

ALLJOYN
Fra le cose più interessanti in questi giorni al World Mobile Congress c’è l’area dimostrativa della Qualcomm dedicata all’Internet of Everything.
Il tema, quindi, è quello dell’internet of thing visto come ecosistema di oggetti, elettrodomestici e sistemi operativi che devono non soltanto potersi parlare fra di loro ma anche essere comandati centralmente.
Fra le superpotenze della tecnologia di cui la Qualcomm fa parte, infatti è in atto una corsa per affermare sul mercato i propri standard di interoperatività.
Qui al WMC 2013, Qualcomm propone ai costruttori di elettrodomestici l’SDK di un proprio chip wifi e l’utilizzo del application development framework open-source Alljoyn che offre l’interoperabilità peer-to-peer e device-to-device di praticamente tutti i principali sistemi operativi sul mercato (iOS, Microsoft, Android compresi) oltre che di apps e giochi per garantire l’interazione in prossimità di praticamente “tutto”, da cui il nome Internet of everything.
Il risultato?
Con un’app riconosco gli oggetti di casa e mentre comando alla macchina del caffè di farmi, ad una certa ora, il caffè secondo le specifiche che voglio, mi siedo davanti alla televisione. quando il caffè è pronto un messaggio mi appare sullo schermo del televisore, o sul tablet, o sull’orologio appeso alla parete… vedi il video qui sotto.