Design etico: la semplicità non è il fine

Quando è efficace e giusto che un design sia troppo semplice?

simplicity

Apparentemente la domanda ha una risposta scontata: un sito o un app devno essere più semplici possibile. Questo è, almeno, il mantra che su cui abbiamo lavorato per anni.

Recentemente in Pro-Commerce stiamo cominciando ad affrontare il tema in modo più articolato, il che ci ha portato a qualche riflessione sui limiti da porsi nella progettazione di una interfaccia utente eccessivamente semplice.

La domanda da porsi è sostanzialmente la seguente: una user experience troppo semplice può garantire il successo di un sito?

Il tema è quanto mai attuale e ha implicazioni sulla visione stessa di cos’è la conoscenza nel mondo digitale moderno.

I grandi filtri, sempre più intelligenti, tentano di “pensare” al posto nostro rendendoci la vita più semplice: i risultati su Google, il wall di facebook, un prodotto su Amazon: sono tutte informazioni filtrate a monte da un algoritmo complesso, ma di cui talvolta gli utenti non conoscono la complessità se non ignorano la sua stessa esistenza. Ma la verità è che la soluzione più semplice non è sempre la più giusta. Il che è vero come dire che ogni tanto il sito che stiamo cercando potrebbe nascondersi nella seconda pagina di risultati di Google.

 

 

 

Lo stesso ragionamento è quello che sta dietro al brand e alla User Experience che ci chiede di sviluppare per migliorare i propri risultati di Business.

L’esperienza concreta ci dice che se si vuole aumentare il Conversion Rate, bisogna abbassare il cd. “carico cognitivo” in capo all’utente. In soldoni, selezionando solo informazioni veramente rilevanti, un utente sarà in grado di decidere più velocemente se un certo servizio o prodotto è di suo interesse.

Ecco quindi che, per aumentare le conversioni, le voci di menu si riducono spesso a due o tre e i percorsi in pagina si fanno più lineari, lasciando il meno possibile il timone all’utente.

I contenuti ed il disegno grafico delle interfacce vengono progettati come un imbuto molto “corto” attraverso il quale raccogliere ogni possibile esigenza dell’utente e indirizzarla velocemente verso la meta.

Tutti gli user test fatti con primarie società di ricerca ci danno spesso ragione: ridurre il carico cognitivo da maggiore soddisfazione all’utente, che capisce (o crede di aver capito) le informazioni più rilevanti e clicca più frequentemente sulla nostra “call to action”.

In certi casi in ProCommerce abbiamo potuto registrare un miglioramento delle performance di conversione di un sito web fino al 60-70% solo riducendo il numero di informazioni di un sito, che spesso sono ridondanti.

Se dare troppe informazioni equivale a non darne, rimane però un forte punto di attenzione: la semplicità deve rimanere un mezzo non il fine.

È infatti assodato che tanto un’interfaccia è semplice, tanto meno sarà in grado di erogare funzionalità avanzate o contenuti complessi (e completi).

Simplicity and Features

Quindi, un Designer che miri ad una eccessiva semplificazione sarebbe come un insegnante che anticipasse sempre la risposta giusta al suo allievo: lo porterebbe più facilmente ad una ottima promozione, ma starebbe facendo il suo bene nel lungo periodo?

Secondo questa prospettiva non solo è più etico, ma anche talvolta più efficace il progettista che oltre all’immediatezza della navigazione, realizzi un design in grado di dare un’esperienza di navigazione soddisfacente e completa.

Facciamo due esempi di come è possibile far rientrare la complessità nei nostri design.

Offrire il piacere di una scoperta inaspettata

Se si punta tutto alla semplicità, l’esperienza di un utente medio sarà abbastanza noiosa: la “retorica della partenza” sempre rispettata, ovvero l’utente sa già prima di ciccare quello che succederà dopo. Cliccando su “regsitrati” comparità una form di registrazione, ecc.

Ma cosa succederebbe se, dopo aver cliaccato su “registrati” scoprisse che in realtà il servizio a cui è interessato non è soggetto a registrazione ed è fruibile gratuitamente? Sarebbe per lui una sorpresa positiva, se presentata bene.

Così anche una navigazione che preveda maggiori interazioni di quanto strettamente necessario, potrebbe stimolare il piacere della scoperta e un processo di “gamification”.

La complessità, quando è inserita in un contesto ludico, viene infatti gestita e apprezzata maggiormente anche nei suoi tratti “inaspettati” che compariranno durante l’esplorazione volta al raggiungimento di un compito.

Rendere i testi lunghi più piacevoli

I testi brevi sono spesso oggetto di una mera scansione da parte degli utenti ma non vengono letti: le informazioni principali vengono colte se evidenziate in qualche modo (ad esempio col grassetto). In questo modo, nonostante il progettista abbia fatto di tutto per rendere minore possibile lo sforzo per l’utente, non ha comunque ottenuto il suo scopo: un testo troppo breve non verrà comunque letto nella sua interezza e sarà spesso saltato dopo un’occhiata superficiale.

Viceversa un testo fitto, senza grassetti, obbligherebbe un utente all’effettiva lettura, e plausibilmente ad una altrettanto effettiva comprensione. Ma un testo di questo genere spaventa l’utente e quindi necessiterebbe di un copy particolarmente attento ed efficace, per non essere immediatamente rifiutato.

Smettere di pensare alla semplicità come ad un principio inviolabile, anche a discapito della complessità servizio e della completezzza dell’nformazione offerta, quindi, non solo ci rende progettisti più etici ed attenti alla crescita cognitiva dell’utente, ma può anche comportare una maggiore efficacia del design.

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