Il Rock è morto, viva il rock! Disquisizioni “liquide” sul pessimismo in occidente.

Prendo spunto da un editoriale di Carlo Antonelli su Rolling Stone di Settembre ma passerò un bel po’ di palo in frasca… chiedo scusa, ma Agosto porta evidentemente a riflessioni in libertà. Lascio a chi legge il compito di ricondurre tutto ad una più… cordiale coerenza.

Antonelli, per intenderci è quello che ha dichiarato “la mia felicita’ massima e’ non aver mai neanche aperto myspace.com. sono per evitare perdite di tempo”, con tutta la saggezza e lo storcere di nasi (anche nel sottoscritto) che questa frase può portarsi dietro.

Nell’editoriale – provo a riassumere concetti espressi in modalità e forme molto più articolate e colte – sostanzialmente si elogia come atteggiamento “rock” quello delle persone non omologabili secondo nessuna categoria “classica”: né l’alternativo maledetto, né (ancora peggio) del mito del reality-show-rokkettaro-fighetto.

Nell’editoriale, Anotonelli porta in causa la Chiesa, che ci vorrebbe realizzati “nella totalità della persona in ogni sua dimensione”. Questo richiamo alla “totalità”, al “bene ultimo” (Antonelli cita Aristotele), infatti, secondo il Direttore, non è riconducibile a nessun concetto imposto, preordinato, omologante. Il testo dell’editoriale, molto intelligentemente, è circondato di foto di persone comuni: grassi o magri, pelati o brizzolati, sudati, non più giovani o non ancora anziani, che ballano e si divertono. Quello è rock.

Viva le singolarità, quindi, viva “le marginalità” e abbasso il “casting generalizzato”.

Bello, ricco di spunti e riflessioni questo ragionamento, pur immerso in una rivista votata (correttamente), ad un sano e ampio rapporto con le imprese, i marchi, la pubblicità e la moda (vedi le foto di Roberto Bolle, l’uomo anti-rock per eccellenza, che zompetta davanti ad un fotografo, imitando i miti del rock, vestito Diesel, Prada, etc).

Ecco i ragionamenti che mi ha stimolato Antonelli, che ringrazio “in differita”.

Il rifiuto dell’omologazione, secondo questo concetto, deve rinunciare anche a sè stesso, dev’essere cioè marginale, incosciente, spontaneo, perchè proprio di spontaneità c’è bisogno in questo mondo in cui perfino il rock (l’espressione massima di quella forza che ha saputo comunicare a intere generazioni la voglia di cambiare, di trasgredire, di migliorare o peggiorare senza freni) fatica a trovare un’identità. Tutto è contemporaneamente e volutamente showbiz e anti-showbiz.

Sarà che prima di essermi votato al Jazz sono stato rockettaro per 15 anni, ma leggere di questo disagio latente anche con riferimento al rock, mi ha generato altre riflessioni.

Esiste una depressione diffusa e solo parzialmente cosciente, in tutte le fasce d’età, dovuta all’assenza di “valori universali” (democratici, antidemocratici, hippy, conservatori, reazionari, etc)? L’assenza di punti di rifermiento, la società “liquida” di Bauman (definizione che ha avuto tanto successo da essere essa stessa ormai tanto medializzata da apparire svuotata di significato) dove ci porteranno?

La generazione “x” aveva Internet, una delle più grandi invenzioni nella storia dell’umanità, come elemento identificante. La generazione “y” sta vivendo una cinetica fluidità fra stili di vita diversi (“il fighetto”, l”emo”, “l’indie”, lo “snowboarder” tutti intercambiabili) euforisticamente divertita e non preoccupata dal cercare di apparire coerente. Ma cosa verrà dopo?

Pensiamo a società e istituzioni. E’ di estrema attualità il fatto che il “perbenismo” (con qualsiasi accezione, negativa o positiva) non sta più in chi ci governa e i “Bastard Song of Dioniso” durante il programma X-factor, sono una maggiore rappresentazione della fedeltà di coppia dell’attuale Presidente del Consiglio italiano. In ogni schieramento politico troviamo laici e cattolici, ex-comunisti e imprenditori, mafiosi e integerrimi. Il presidente del NASDAQ si rivela il più grande truffatore della storia.

Faccio un “salto quantico”: pensiamo a quello che è oggi il concetto di Tempo e il ruolo della Scienza.

Il Tempo era una volta una categoria immutabile del pensiero e dell’essere, secondo Aristotele. Questo pensiero è ancora radicato in molti di noi, mentre oggi tutta la “gente che se ne intende”, gli scienziati, insomma, ci dicono che il Tempo è di per sè relativo  e non si è ancora scoperto il motivo per cui a noi umani sembra scorrere nella stessa direzione, in realtà non c’è niente che impedisca il contrario, scientificamente potrebbe scorrere all’indietro e in avanti contemporaneamente (vedi Paul Davies ne “I Misteri del tempo”).

La Fisica moderna poi ci dice che, se si guarda bene bene, da vicino vicino, è scientificamente impossibile dare un senso ai comportamenti della materia (*). Sebbene questo sia un principio scientifico che ha 70 anni, è stato diffuso al grande pubblico solo a partire dagli anni settanta (quando è stato anche dimostrato in laboratorio) e comincia a essere “senso comune” solo adesso, a quarant’anni dallo sbarco sulla luna che aveva reso l’umanità fiduciosa nell’onnipotenza della scienza. “Macché onnipotenza!”, direbbe l’uomo della strada, la scienza ha creato da decenni una bella legge fisica, che le impedisce di dare un senso alle cose!!

Se poi Antonelli che dice che un ballerino vestito alla moda è più “rock” di Pino Scotto (per passare ancora dal serio al faceto) allora è come se l’evoluzione della società umana improvvisamente, dopo anni di “tesi” ed “antitesi” hegeliane, improvvisamente si ritrovi in un magma indistinto, in cui la tesi si confonde con l’altitesi e viceversa.

Ci troviamo improvvisamente tutti (senza distinzioni di età) parte di una generazione ‘punto di domanda’?  Cosa dobbiamo pensare? Soprattutto, come dobbiamo pensare?

La forte sensazione che per prima colpisce è che nella società moderna (in particolare Europea), stia raggiungendo la sua massima efficacia “il secondo principio della termodinamica”:

“In un sistema isolato l’entropia è una funzione non decrescente nel tempo.”

Mi spiego meglio. Se l’occidente è un sistema isolato dal resto del mondo (e indubbiamente lo è sotto molti aspetti) allora con l’avanzare del tempo avremo una situazione di entropia sempre crescente. L’entropia è misura del disordine dell’universo. In fisica, quando un sistema raggiunge il massimo dell’Entropia è considerabile termodinamicamente morto. Possiamo pensare che nella società funzioni lo stesso principio? Qui purtroppo a me mancano le competenze sociologiche adeguate, e quindi mi fermo, perchè la mia vuole essere solo una suggestione, magari qualcuno mi aiuta a riempire questo vuoto.

Ma, e qui sta il colpo di scena… :), personalmente mi ritrovo ad essere molto ottimista sul futuro del mondo, per una serie di ragioni:

– Sono ormai oltre 70 anni che il mondo, dal punto di vista geopolitico globale, vive in relativa pace, tranquillità e benessere. (non ignoro il Vietnam, il problemi dell’Africa, l’Irak, etc, ma siamo comunque lontani da conflitti come quello della seconda guerra mondiale). Evidentemente non avere più “tesi” ed “antitesi” così marcate paga.

– Ci sono paesi democratici nel mondo che hanno ancora la giustificata sensazione che ci sia tutto da fare e da dimostrare e in cui questi dipo di ragionamenti non verrebbero forse neanche capiti (il Brasile, ad esempio): credo possibile che il loro entusiasmo si trasferisca osmoticamente in occidente.

– Internet (per i nativi o gli immigrati digitali) comunque c’è. Con il suo bagaglio di socialità, la potenza devastante del passaparola, la diffusione democratica dell’informazione non può che migliorare il mondo.

Insomma, è tempo che ci preoccupiamo di trovare e diffondere le ragioni dell’ottimismo, probabilmente molti ne hanno bisogno. L’ottimismo, in fondo, è rock&roll!

(*) La fisica dei quanti si basa sul cosiddetto “principio di indeterminazione” di W. Heisenberg. Questo principio ci dice che tutto ciò che può essere misurato o osservato è soggetto a fluttuazioni spontanee: possono accadere, cioé, cambiamenti improvvisi senza ragione alcuna. Possiamo osservare in laboratorio come il fenomeno dei quanti faccia accadere delle cose senza ragione apparente.

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